di Simone Feoli
Quando penso all’Irpinia del vino, richiamo sempre le parole di un noto produttore vitivinicolo del territorio, il quale la descrive come il luogo dove, da tempo immemore, si interpreta una “straordinaria forma di viticoltura di montagna”. Straordinaria, nel valore dei suoi vini, ottenuti dalla vinificazione di diversi vitigni a bacca bianca e a bacca rossa come il Greco, l’Aglianico , il Fiano, la Coda di Volpe Bianca, la Coda di Volpe Rossa e la Falanghina. Sulla tradizionale esperienza della vinificazione di questi vitigni nella “Terra verde”, è stato reso possibile costruire il “telaio” normativo dei disciplinari di produzione delle 4 denominazioni di origine del territorio: la DOCG Taurasi, la DOCG Fiano di Avellino, la DOCG Greco di Tufo e la DOC Irpinia.
Nel corso dei secoli, numerose sono le testimonianze che raccontano della bontà dei vini d’Irpinia: non è un caso che sia possibile leggere della bontà del vino greco nel meraviglioso lavoro della metà del ‘500 ad opera di Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III, che accompagnava il Pontefice nei suoi viaggi.

A parere di chi scrive, sebbene la documentazione storica rappresenti un patrimonio documentale imprescindibile nella corretta descrizione della “terra verde”, tuttavia, è di assoluto valore la meravigliosa istantanea che ci restituisce un’altra fonte, questa volta di matrice statistica, vale a dire la scheda sulla “Produzione dell’uva nelle provincie del Regno d’Italia – Medie del quinquennio 1909-1913”. (Si ringrazia la puntuale disponibilità del Prof. Piero Mastroberardino per aver autorizzato la pubblicazione dell’immagine).
Come si evince dall’immagine, nel quinquennio 1909-1913, la provincia di Avellino si collocava al VII posto in Italia con riferimento alla produzione di uva, immediatamente dopo le “provincie del regno” come Alessandria, Lecce, Roma, Bari, Catania e Reggio Emilia. Si evidenzia, quindi, come l’Irpinia rappresentava il primo centro produttivo della Regione Campania, a cui seguivano in ordine di produzione Napoli, Caserta, Benevento e infine Salerno. Un volume produttivo notevole che già in quell’epoca era destinato a mercati differenti da quello nazionale e, a tal proposito, è lo stesso Disciplinare di produzione della DOC Irpinia, che evidenzia come la Francia rappresentava già allora un mercato di destinazione privilegiato. Successivamente, nel 1934, nella relazione “I vini dell’Avellinese”, Amedeo Jannacone, in riferimento alla viticoltura avellinese così si esprimeva: “Appare evidente che l’industria vinicola rappresenta in Irpinia una attività agraria grandissima, cui corrispondono altrettanto considerevoli capitali circolanti che concorrono ogni anno ad arrecare benessere a tante famiglie rurali. La floridezza economica di numerosi paesi della provincia di Avellino è dovuta soprattutto alla produzione e al commercio vinicolo, floridezza che porta innegabili progressi in tutte le branche dell’attività agraria e nella vita stessa delle popolazioni rurali”.
Sebbene il racconto di questo territorio possa rivelarsi ancor più avvincente, grazie soprattutto alla documentazione storica consultabile e all’esperienza di realtà imprenditoriali che con lungimiranza sostengono tutt’oggi questa meravigliosa forma di “viticoltura di montagna”, nulla potrà mai sostituire il piacere della scoperta generato dall’opportunità di viaggio in un territorio che tanto ha da raccontare, nei suoi calici ma anche e soprattutto nei suoi luoghi.
Si ringrazia per le immagini:



